Descrizione
Sommmmario
1. L’approccio psicodinamico del PDM. 2. Il soggetto nel suo discernere e decidere (B. Lonergan). 3. Predisposizioni e condizionamenti psicodinamici. 4. Influssi psicodinamici consci e inconsci. 5. Applicabilità della visione psicodinamica “tridimensionale”. 6. “Accompagnati” e “accompagnatori”. 7. Considerazioni conclusive.
Summary
1. The psychodynamic approach of the PDM. 2. The subject in his discerning and deciding (B. Lonergan). 3. Psychodynamic predispositions and conditions. 4. Conscious and unconscious psychodynamic influences. 5. Applicability of the “three-dimensional” psychodynamic vision. 6. “Accompanied” and “accompaniers”. 7. Concluding considerations.
Mi è stato affidato il compito di presentare il contributo specifico che, in ambito canonico, può derivare dall’approccio psicodinamico – con particolare riferimento allo strumentodel PDM 2 – alla comprensione e valutazione dei dinamismi relazionali e decisionali di coniugi e soggetti giudicanti coinvolti in Cause matrimoniali. Certamente non mi sottrarrò a tale compito. Fin da ora, però, anticipo che, assolvendolo, mi sarà di stimolo per gettare luce su altri e ulteriori approcci antropologici, di natura interdisciplinare, significativamente promettenti in relazione all’intera problematica processuale.
1. L’approccccio psicodinamico del PDM
Avvio la mia riflessione su questo approccio, secondo l’impostazione del suddetto Manuale (PDM) riprendendo il filo di quanto fu detto, qualche anno fa, nella VI Giornata canonistica interdisciplinare su “Decidere e giudicare nella Chiesa”3. Più propriamente, mi riferisco, all’intervento, offerto in quella circostanza, dal Dott. Francesco Dentale4. Rinvio alla lettura di quel testo chiaro e preciso, senza peraltro abbandonarlo. Di più: in questa prima parte del mio contributo, ne seguo dettagliatamente la scia.
In esso ritroviamo illustrati alcuni elementi essenziali dell’approccio proprio del PDM. Qui ne riprendo i tratti salienti perché possano servirci come punto di partenza. In questo mi anima il desiderio di raccogliere e tentare di realizzare, nell’area circoscritta del mio intervento, quanto suggerito nell’instrumentum laboris inviatoci: compiere
«un passo avanti rispetto a quanto già posto in evidenza nella VI Giornata canonistica interdisciplinare […] un passo avanti che spinge a scendere più in profondità rispetto a decidere e giudicare, mettendone in luce presupposti e fondamenti che spesso sfuggono anche ad avvedute consapevolezze»5.
Il Dott. Dentale, nel suo intervento, mostrava e qualificava il contributo di ciò che può offrirci il PDM come “complementare” a quello che può produrci il DSM-56. L’autore sottolinea come il DSM-5, in ambito canonico, offra alle Perizie il contributo di un approccio fondamentalmente diagnostico, categoriale, descrittivo/nomotetico. Tale manuale, quindi, pone in evidenza segni, sintomi, stili comportamentali, e il loro strutturarsi e configurarsi nelle varie sindromi psicopatologiche gravi e meno gravi, secondo gli schemi comunemente offerti. Il PDM in sostanza «permette di aggiungere alla diagnosi descrittiva, una più completa valutazione delle funzioni della personalità oltre che della loro evoluzione nei singoli individui, stimolando e valorizzando l’utilizzo di un approccio idiografico», cioè, «la comprensione della storia unica della persona sotto indagine, con i suoi modi idiosincratici di funzionare ed i percorsi che l’hanno condotta alla struttura di personalità per come si manifesta nel qui ed ora»7. In tal modo l’approccio proprio del PDM tende a «“classificare” persone e non malattie»8, basando la propria valutazione su tre assi portanti.
Essi riguardano: «La struttura di personalità (Asse P), il livello di funzionamento mentale (Asse M) e il modo di vivere che il soggetto mostra del quadro sintomatologico (Asse S)»9. L’Asse P inserisce il soggetto entro un continuum che va dal sano (normale?), passa attraverso il nevrotico o disturbo della personalità, fino ad arrivare al borderline (o sindrome marginale o disorganizzazione della personalità, per dirla con Otto Kernberg10). Proprio nella prospettiva di «quest’ultimo livello si può cogliere se l’individuo sia ad alto o basso funzionamento, avvicinandosi nel primo caso al livello nevrotico e nel secondo caso al livello psicotico»11. Questo «asse P del PDM permette di inserire gli individui all’interno di una serie di pattern di personalità caratteristici»12, più o meno una quindicina (schizoidi, paranoidi, psicopatici o antisociali, narcisistici, depressivi, fobici, ansiosi, ossessivo-compulsivi, istrionici/isterici, e così via). L’Asse M pone in evidenza e presta attenzione a «una serie di dimensioni considerate rilevanti per definire il livello di funzionamento del soggetto»13. A ciò si aggiunge l’interesse e la focalizzazione di nove funzioni specifiche da valutare su un range di quattro livelli. Tra le prime, per esempio, abbiamo: la capacità di regolazione, attenzione e apprendimento; le capacità relazionali e di intimità; la capacità di formare rappresentazioni interne; la capacità di costruire o ricorrere a standard ed ideali interni, ecc.
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