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Intervista su Dio

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Descrizione

Come possiamo avere certezza che Dio esiste? E se esiste, come possiamo essere sicuri che si interessa di noi? Fin dove possiamo spingerci con la nostra ragione e perché il Dio di Gesù Cristo dovrebbe essere la risposta più affidabile? Di fronte alla secolarizzazione e alla critica delle verità assolute che caratterizzano la nostra società, la questione di Dio, lungi dall’essere scomparsa, torna e si ripropone nella sua essenzialità, interrogando l’intelligenza e il cuore. Con Dio o senza Dio, infatti, cambia la nostra vita e il modo di concepire noi stessi e il mondo. In questa intervista, che in realtà è un libro organico e intellettualmente onesto, il cardinale Ruini – rispondendo alle domande di Andrea Galli – accompagna il lettore sulle tracce di Dio, tra storia, scienza e cultura, e propone una serie di percorsi per avvicinarsi al suo mistero partendo dalla realtà di cui abbiamo esperienza: dal semplice e primordiale stupore di fronte al fatto che esistiamo, alla natura di cui siamo parte e che allo stesso tempo riusciamo a leggere e governare, all’anelito di libertà insopprimibile in ogni uomo, alla sua capacità di riconoscere quel grande segno di Dio piantato nella storia che è Gesù Cristo. Il tutto senza eludere lo scandalo del male fisico e morale e della sua sconfinata ampiezza. Un libro che si propone come un itinerario per aiutare chi crede a essere più consapevole delle ragioni della propria fede e a fare così unità nella propria coscienza di credente.

INTRODUZIONE

Perché questo libro

Eminenza, visto il ruolo che lei ha avuto nella Chiesa italiana, e data la maggiore libertà di cui ora gode, molti si aspetterebbero un libro di memorie o sull’attualità ecclesiale o su temi pastorali. Lei invece parla di teologia e parla nello specifico di Dio. Perché?

Effettivamente ho avuto varie richieste di un libro, sia di memorie sia sull’attualità ecclesiale e italiana. Il volume Confini, che ho scritto con Ernesto Galli della Loggia subi­to dopo aver terminato il mio mandato di vicario del Papa per la diocesi di Roma, è una parziale risposta a questa do­manda. Ma iI mio interesse era decisamente diverso: quan­do, a 52 anni, diventai vescovo, pensai con rammarico che fino ai 75, età prevista per il pensionamento, non avrei più potuto occuparmi seriamente di teologia e di filosofia. E fu molto spontaneo per me, quando l’età della pensione si è avvicinata, vederla come il tempo in cui, se il Signore mi avesse concesso ancora vita e salute, avrei potuto ripren­dere i miei studi, tentando anzitutto di colmare la lacuna di 25 anni (dal 1983 al 2008) nella quale non mi ero potuto aggiornare seriamente.

Già da tempo sentivo il bisogno di scrivere un libro su Dio, perché questo, insieme alla verità del cristianesimo, è stato sempre il centro dei miei interessi, non solo teologi­ci ma umani e personali. Mi preoccupava inoltre la scarsi­tà di opere su Dio facilmente accessibili e però organiche e possibilmente serie. Sentivo e sento acutamente, d’altra parte, la mia inadeguatezza a questo compito, per i limiti sia della mia cultura sia della mia intelligenza.

 Chi è Dio per il cardinale Ruini?

Il sottoscritto ha sempre desiderato essere un cattolico sincero: per me, quindi, Dio è colui di cui parla la fede del­la Chiesa. Ma non credo sia questo l’obiettivo della sua do­manda. Cercherò dunque di dire qualcosa del mio rapporto con Dio, come l’ho vissuto finora. E una storia incominciata molto presto: ricordo distintamente che, da ragazzo, pur appartenendo a una famiglia in cui di Dio non si parlava molto, avevo dentro di me la certezza che Dio esistesse e che anzitutto a lui bisognasse fare riferimento. Perciò di­cevo molte preghiere, soprattutto a letto, quando mi sve­gliavo e non c’era bisogno di alzarsi in fretta. Poi durante la guerra, negli anni dell’adolescenza, ho letto i Vangeli in latino, su una Bibbia regalatami da un sacerdote amico di famiglia: così ho conosciuto meglio Gesù Cristo e mi sono anche impratichito del latino.

Ricordo inoltre che al liceo scientifico Tassoni di Mo­dena l’insegnante di filosofia, professor Pezzoli, amava farci ragionare problematizzando i grandi temi. Io avevo l’impressione, probabilmente sbagliata, che alcuni suoi ragionamenti conducessero lontano da Dio e allora non esitavo a replicare, cosa che il professore consentiva, in­gaggiando con lui dei dibattiti accaniti, sebbene avvertis­si la mia grande inferiorità culturale.

Una volta poi, durante il breve viaggio in treno da Sas­suolo, dove abitavo, a Modena, nacque casualmente tra noi compagni di scuola una discussione del tutto incon­sueta: si può essere certi che Dio esiste? Buona parte di noi rispose di no, mentre altri preferivano tacere. Solo io dissi con decisione di esserne certo, suscitando la replica immediata di essere molto presuntuoso, dato che i gran­di filosofi avevano avuto su questo punto opinioni molto differenti tra loro. Ero dunque un apologeta in erba, ma soprattutto mi sentivo in dovere di testimoniare con sincerità la mia fede.

 Lei è entrato in seminario circa sessant’anni fa: crede ancora come allora?

Direi proprio di sì, anche se la mia conoscenza della questione di Dio è ovviamente molto aumentata, per gli otto anni di studio alla Gregoriana seguiti dai ventinove di insegnamento di filosofia e teologia, e per non aver mai smesso di riflettere su questa che per me è la questione de­cisiva. Conosco perciò in maniera ben più dettagliata le difficoltà e i problemi che l’uomo incontra quando si interro­ga su Dio e, d’altra parte, conosco meglio anche le risposte che si possono dare. Eppure la mia fede, nella sostanza, è rimasta la stessa, anzi, spero che si sia irrobustita: una fede tutt’altro che esente da tentazioni, ma che finora si è mo­strata molto tenace. Se posso avventurarmi a spiegare, anzitutto a me stesso, i motivi di questa tenacia, devo dire che la mia fede si rafforza quando prego di più e con un at­teggiamento più «recettivo», cercando di ascoltare più che di parlare. La mia esperienza personale, che mi mette da­vanti i miei tanti limiti, conferma dunque l’insegnamento cristiano che la fede è, prima di tutto, dono, un grande regalo che Dio ci fa perché possiamo costruire su di esso la nostra vita. Tutto il resto, studi, esperienze, impegno di testimoniare la fede, viene dopo. O meglio, il dono di Dio passa attraverso tutto questo.

La sua fede ha anche un’origine «concreta» ? Viene in qualche modo dall’ambiente familiare, parrocchiale o è l’esito di un per­corso strettamente personale?

Se devo scegliere tra queste tre alternative, rispondo che viene principalmente da un processo personale. L’ambien­te familiare, infatti, era vario, andando dal nonno mater­no e soprattutto dalle sue sorelle che erano profondamen­te credenti fino ad altri parenti che si dichiaravano atei, mentre i miei genitori atei di certo non erano, ma nemme­no molto praticanti e comunque non troppo preoccupa­ti della mia formazione religiosa. La parrocchia, poi, ho cominciato a frequentarla sul serio solo quando, un paio d’anni prima di conseguire la licenza liceale ed entrare in seminario, Dio era già l’interesse crescente della mia vita.

C’è stato un momento o un’esperienza negli anni della sua for­mazione in cui ha percepito con evidenza l’esistenza di Dio

Un momento speciale di questo genere proprio non c’è stato. Ho conosciuto invece un coltivatore diretto di Sas­suolo, cliente di mio padre che era medico, che volle rac­contarmi riservatamente una sua esperienza di questo tipo, avuta quando era militare in Grecia: esperienza che ha in­ciso profondamente sulla sua vita, facendogli superare le incertezze che aveva riguardo alla fede, ma che egli stesso diceva di non saper descrivere. Tornando a me, non l’«evidenza» — parola che riguardo a Dio e alla fede in lui non mi sembra da usare, a meno di aver ricevuto un dono davvero speciale —, ma una certezza più forte e più intima l’ho avu­ta diverse volte, di solito nei momenti di preghiera, come ho già accennato, e qualche volta anche in altre occasioni, come di fronte a dure prove, o anche per una via più «in­tellettuale», quando l’esistenza e la presenza di Dio emer­gono, spesso improvvisamente, mentre sto riflettendo su qualche problema. Essere stato ragazzo durante la guerra e nel cuore di quell’Emi­lia rossa dove non è mancato l’anticlericalismo violento ha se­gnato in qualche modo il suo rapporto con Dio? Penso di sì, anche se è un influsso difficile da precisa­re. Ho vissuto quegli anni con crescente partecipazione e coinvolgimento personale, culminati nella campagna elet­torale del 1948, e anche con un po’ di incoscienza giovani­le. Già allora mi rendevo conto che la lotta politica è qual­cosa di diverso dalla fede, ma sapevo bene che, di fatto, il comunismo rappresentava, a livello locale ma anche in­ternazionale, una minaccia molto seria per la Chiesa e un tentativo di sradicare la fede. Perciò il rapporto con Dio che cercavo di avere e di testimoniare mi portava sponta­neamente a partecipare alla resistenza al comunismo, e a sua volta proprio questo impegno probabilmente mi raf­forzava nella fede, anche se altrettanto probabilmente non era il terreno più fecondo per allargare il cuore all’amore verso tutti, compresi i nemici.

Lei ha studiato in uno dei laboratori più importanti del pensiero cattolico del Novecento, l’Università Gregoriana, tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Cosa ha portato con sé di quell’esperienza?

Alla Gregoriana devo moltissimo, sotto diversi profi­li. Intanto ha allargato il mio orizzonte mentale, mettendo un ragazzo di provincia a contatto con la cultura interna­zionale: avevo infatti insegnanti provenienti da tutt’Euro­pa e dalle due Americhe. Ho imparato anche un metodo di studio, oggi per molti aspetti superato perché ancora strettamente legato alla neoscolastica (cioè al tentativo di riproporre e attualizzare la grande scolastica medievale), ma comunque serio e rigoroso. Ho ricevuto inoltre una te­stimonianza grande e corale di amore e fedeltà alla Chiesa e al suo magistero. Quanto ai contenuti degli insegnamen­ti, ho frequentato per tre anni la facoltà di filosofia e per cinque quella di teologia: entrambe erano ancora sulle po­sizioni della neoscolastica, ma si avvertivano — e si pote­vano interiorizzare — i fermenti del nuovo, sempre in un clima di genuina fedeltà. Dalla mia lunga e intensa frequenza alla Gregoriana ­rapporto poi continuato per i molti anni che mi sono occor­si per terminare la mia tesi di dottorato, scritta prevalente­mente sacrificando le ferie estive — penso di aver ricevuto una formazione sistematica e di essere stato confermato e «attrezzato» a livello intellettuale nella proposta e difesa del­la verità della fede e nell’amore alla Chiesa. Per tutto questo conservo intima gratitudine. Poi, certo, insegnando filosofia e soprattutto teologia, ho dovuto rinnovare profondamen­te e a volte radicalmente la mia preparazione, alla luce del Concilio Vaticano II ma anche di quel pensiero teologico e filosofico che la Gregoriana non mi aveva proposto, in par­te perché si è sviluppato dopo, ma principalmente perché alla Gregoriana incontrava per lo più un’opposizione deci­sa, anche negli anni (1949-57) in cui vi ho studiato. Nei confronti di quali personalità di allora si sente debitore? Una immagino sia quella del gesuita Bernard Lonergan, che ha spes­so citato. Ce ne furono altre? Lonergan è, tra gli insegnanti che ho avuto, quello che mi ha più colpito e che ha inciso più in profondità sul mio modo di pensare: soprattutto mi ha aiutato a capire che era­vamo entrati in un nuovo paradigma culturale, nel quale le scienze hanno un grande ruolo, e che la teologia anda­va ripensata in questo contesto. Ma Lonergan non è stato certo il solo: il corpo accademico nel suo insieme era dav­vero qualificato e al tempo stesso dava l’esempio di una grande semplicità di vita. E dopo gli studi alla Gregoriana, quali sono stati i suoi autori di riferimento? Faccio una premessa: tra i classici del pensiero, l’uni­co che ho studiato in maniera davvero approfondita e per lunghi anni è stato Tommaso d’Aquino, durante e dopo la frequenza alla Gregoriana. Su di lui ho anche scritto la mia tesi di dottorato. A Tommaso ho sempre cercato di ri­manere fedele, ma con una svolta importante. In un primo tempo, in conformità all’atteggiamento allora dominante tra i teologi cattolici e i filosofi neoscolastici, interpreta­vo questa fedeltà in modo abbastanza letterale, sebbene avvertissi un certo disagio, data la grande distanza stori­ca che ci separa da Tommaso. Poi, con tanti altri teologi e filosofi di formazione tomista, ho concepito questa fe­deltà in modo più libero. Resto tuttora convinto che per alcuni decisivi orientamenti del pensiero il riferimento a Tommaso rimanga essenziale, ma penso anche che la di­stanza storica esiga una nuova riflessione e creatività. A questo scopo, e più in generale per rinnovare, come dice­vo, la mia preparazione, ho letto e studiato alcuni auto­ri di forte rilievo, che hanno segnato una grande stagione della teologia, di cui si è alimentato anche il Concilio Va­ticano II. Ricorderò solo quelli che ho maggiormente stu­diato e utilizzato: Karl Rahner, Joseph Ratzinger e il pro­testante Wolfhart Pannenberg. Tre personalità e approcci teologici assai diversi tra loro, a ciascuno dei quali sono comunque molto debitore.

Negli anni pieni di fiducia del Concilio si sarebbe immaginato di trovarsi di fronte, agli inizi del XXI secolo, a una situazione così difficile per quanto riguarda il riconoscimento stesso dell’esi­stenza di Dio?

 Gli anni del Concilio rimangono, nell’età moderna, una felice eccezione per i rapporti Chiesa-opinione pubblica e Chiesa-cultura: anch’io ho respirato con gioia quell’at­mosfera, senza pormi troppe domande sul futuro. Quan­do però la contestazione, in particolare quella interna alla Chiesa, ha preso degli spunti radicali, ho reagito, direi d’istinto, senza timidezze verso i contestatori. II momento più, difficile, riguardo al riconoscimento dell’esistenza di Dio, lo abbiamo vissuto non i in questi anni in subito dopo il Concilio, quando erano presi abbastanza sul serio, anche all’interno della Chiesa, i teologi della «morte di Dio». Ri­cordo di aver letto alcuni loro libri, senza rimanerne scosso o impressionato, ma piuttosto meravigliandomi della fragilità delle loro posizioni.

Lei ha messo la questione di Dio anche al centro dei lavori del progetto culturale della CEI e ha richiamato la necessità non solo di affrontare il tema della pertinenza di Dio per la nostra vita, ma anche di tornare ad affrontare direttamente il quesito dell’esistenza di Dio. Non le sembra un proposito un po’ trop­po ambizioso?

La filosofia si è rotta la lesta su questo punto, ac­cantonandolo nel corso della modernità, e la teologia stessa negli ultimi decenni sembra aver ripiegato su aspetti più «secondari» impegnativi. Potrà anche apparire un progetto ambizioso, ma in real­tà è quanto di più necessario e basilare la Chiesa – anzi, tutti i sinceri credenti in Dio – deve cercare di fare a livel­lo culturale. Negli ultimi anni la questione di Dio è torna­ta al centro del discorso teologico e anche in ambito filo­sofico sta riscuotendo un nuovo interesse. D’altra parte ha poco senso parlare dell’importanza di Dio nella nostra vita se non siamo convinti che Dio ci sia: il nulla, infatti, non è mai stato importante per nessuno. Oggi, con buoni motivi, si preferisce parlare, piuttosto che di apologetica, di teologia fondamentale. Alla polemi­ca è subentrato, tra i teologi, un atteggiamento anzitutto dialogico e si cerca di non ricadere nei limiti del raziona­lismo. Man mano però che, dopo il Concilio, il dialogo tra credenti e non credenti prendeva forma concreta, si è do­vuto constatare che nessun metodo o approccio può eli­minare la differenza tra fede e non fede: quei credenti che portano alle ultime conseguenze una simile illusione fini­scono, quasi senza rendersene conto, per allontanarsi essi stessi dalla fede. Benedetto XVI ha dedicato a questo pro­blema una pagina particolarmente profonda del suo primo discorso alla curia romana per gli auguri natalizi, il 22 dicembre 2005. Non si tratta dunque di tentare di elimi­nare la differenza tra fede e non fede, ma di viverla nella libertà e nel rispetto reciproco. E tanto i credenti quanto i non credenti hanno il dovere, prima ancora che il diritto, di dare le ragioni delle proprie posizioni: al di là dei nomi adopera ti, questo è un compito sostanziale e permanente apologeta.

Non teme che questo approccio a Dio alla fine risulti i sbilanciato sul versante intellettuale, una via che resta lontana dall’uomo di oggi?

Scopo di questo libro è presentare, come meglio si potrà, le motivazioni razionali della fede in Dio: è inevitabile, quin­di, che abbia un taglio piuttosto intellettuale, anche quando parleremo di temi molto pratici, legati all’esperienza vissu­ta e alla Iibertà. Ma vorrei subito mettere in chiaro una cosa: non penso affatto che si arrivi a Dio, o meglio, che Dio ar­rivi a noi, entri nella nostra vita, soltanto, e nemmeno pre­valentemente, per via intellettuale. Le strade che conduco­no a Dio, e anzitutto quelle per le quali Dio viene in cerca di noi, sono davvero infinite, come ci ricorda un detto po­polare. Ogni esperienza, incontro, circostanza, può aprire a Dio: anche, e a volte principalmente, quelle esperienze nega­tive, di dolore e difficoltà, che sembrerebbero invece dover­ci allontanare da lui. In particolare Dio si incontra nella pre­ghiera che certo, almeno in qualche misura, già presuppone la fede, ma è anche un atto di umiltà e di fiducia che apre la porta a Dio. Allo stesso modo, quando facciamo del bene agli altri apriamo una porta a Dio. Dedicare la nostra intelli­genza alla ricerca di Dio, come cercheremo di fare in questo libro, non è dunque l’unico modo per trovarlo, e nemmeno il più importante. È però un aspetto da cui non si può pre­scindere, se non vogliamo creare una frattura in noi stessi, per la quale con il desiderio del cuore possiamo essere cre­denti, ma l’intelligenza non sa il perché, o addirittura è con­vinta che di Dio non si possa sapere nulla, e forse non ci sia.

Il suo impegno pubblico si è svolto tra i pontificati di Wojtyta e di Ratzinger: quanto c’è del magistero di questi due Papi nel suo voler puntare il fuoco dell’attenzione su Dio?

L’attenzione su Dio l’ho puntata fin da ragazzo, ma cer­to a questi due Papi devo molto. Giovanni Paolo II, svilup­pando l’impulso già dato da Paolo VI, ha messo la «nuova evangelizzazione» al centro del suo pontificato: si tratta, in concreto, di riproporre la fede nel Dio di Gesù Cristo ai po­poli che hanno un passato cristiano ma stanno attraversan­do un processo di secolarizzazione e anche di scristianiz­zazione. Negli anni del mio ministero episcopale, prima come vescovo ausiliare a Reggio Emilia e Guastalla, poi come Segretario della CEI e infine come vicario del Papa per la diocesi di Roma e Presidente della CEI, ho cercato so­prattutto di promuovere questa nuova evangelizzazione. Il momento più forte è stato, per me, tra il 1996 e il 1999, quando abbiamo realizzato a Roma la «Missione cittadina», per la quale voglio ricordare monsignor Cesare Nosi­glia, ora arcivescovo di Torino ma allora mio primo collaboratore come vicegerente di Roma e motore instancabile di quella missione. Non ci siamo limitati alla classica mis­sione al popolo, fatta affidando a dei religiosi o religiose il compito di risvegliare la fede nelle persone e famiglie di una o più parrocchie. I sacerdoti stessi della diocesi di Roma, insieme a molte religiose e soprattutto a tantissimi laici, si sono fatti missionari del Vangelo andando a visi­tare le famiglie e gli ambienti di lavoro e di vita: una fati­ca grande ma anche ricca di frutti, che indica una via nella linea del Concilio Vaticano II, per il quale la Chiesa stes­sa, come popolo di Dio, è per sua natura missionaria. Di Benedetto XVI basterà ricordare la Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica del 10 marzo 2009, nella quale scrive: «Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di ren­dere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio». Mi permetto un piccolo atto di vanità: po­chi giorni prima, il 1° marzo di quell’anno, avevo parlato a Vicenza delle priorità del pontificato di Benedetto XVI e avevo detto testualmente: «La prima e la maggiore priori­tà del pontificato è Dio stesso, quel Dio che troppo facil­mente viene messo al margine della nostra vita».

Alla Giornata mondiale della gioventù di Madrid — come in mol­te altre occasioni — il Papa ha detto che oggi «si constata una sor­ta di eclissi di Dio, una certa amnesia, se non un vero rifiuto del cristianesimo e una negazione del tesoro della fede ricevuta». Di fronte a un quadro del genere non è preso da un sentimento di scoramento, se non di sottile angoscia?

Questo è certamente un grande motivo di preoccupa­zione, anzi, anche per me il più grande, a cui corrisponde la priorità indicata da Benedetto XVI. Non deve essere, però, un motivo di angoscia e ancor meno di scoraggiamento e di rinuncia. Non si tratta solo di una reazione volontaristi­ca, per la quale a maggiori difficoltà si risponde aumentando l’impegno. Già a un esame della situazione si può constatare che non tutto è tenebra: sono molti i credenti sinceri e sono molti anche coloro che quanto meno si in­terrogano seriamente su Dio. Anche nella cultura attuale la questione di Dio ha preso nuovo rilievo, diventando oggetto di un vivace dibattito. Per chi crede, poi, la fede e la presenza di Dio nel mondo non sono in primo luogo un problema o un compito dell’uomo; sono ciò che sta a cuore a Dio. Perciò il credente mette, con serenità e fi­ducia, il presente e il futuro della fede nelle mani di Dio, senza rinunciare per questo alla propria testimonianza e senza presumere di sapere in anticipo quale sarà il corso effettivo della storia, anche sul punto decisivo del rap­porto dell’umanità con Dio.

Scriveva Pascal nei suoi Pensieri: «Non è vero che tutto ci sco­pra Dio e non è vero che tutto ci nasconda Dio. È vero però l’uno e l’altro insieme, e cioè egli si nasconde a coloro che lo tentano e si svela a coloro che lo cercano». Possiamo partire da qui per rin­tracciare il Deus absconditus?

Sul piano personale, cioè del nostro persona le rapporto con Dio, questa affermazione di Pascal è certamente fon­damentale: Dio bisogna cercarlo con umiltà e sincerità di cuore; non pretendere invece di metterlo alla prova stabi­lendo noi come Dio deve comportarsi per essere creduto e riconosciuto da noi. Purtroppo capita spesso che oggi si dimentichi questo ammonimento di Pascal. Nel nostro li­bro, però, non potremo semplicemente partire dall’affer­mazione di Pascal, perché dovremo inquadrare i problemi e cercare risposte il più possibile convincenti, senza farne subito una questione di atteggiamenti personali: sarebbe una maniera di chiudere il discorso, sbarazzandoci troppo facilmente di chi, quanto all’esistenza di Dio, non è d’ac­cordo con noi. Anche sul piano della ricerca delle ragioni della fede in Dio vale tuttavia, alla fine, la sostanza del­le parole di Pascal. Joseph Ratzinger lo ha detto in altro modo, concludendo una riflessione sulle possibilità del­la ragione di conoscere Dio: quella di Dio rimane «l’ipotesi migliore, benché sia un’ipotesi … che esige da parte nostra di rinunciare a una posizione di dominio e di ri­schiare quella dell’ascolto umile».
Non cominceremo da qui, ma questo sarà l’atteggiamento da cui mi farò guida­re nelle mie risposte.

 

ESTRATTO DAL PRIMO CAPITOLO

La situazione della fede oggi

Eminenza, non c’è ordine religioso «storico» in Europa che non sia in ritirata, le vocazioni sono in calo un po’ ovunque, sono pochissimi i luoghi dove non si è registrato un crollo della fre­quenza alla Messa domenicale, prendendo come arco di tempo gli ultimi tre o quattro decenni. È d’accordo sul fatto che siamo di fronte alla fine di un mondo cattolico e cristiano come lo ab­biamo conosciuto fino a oggi, con la sua presenza capillare, con le sue strutture rimaste in sostanza immutate per secoli?

Sinceramente, questa diagnosi mi sembra un po’ trop­po pessimista. L’Europa è molto varia, anche sotto il pro­filo religioso e in particolare sotto quello della presenza e vitalità del cattolicesimo. I dati numerici sono spesso in calo, ma non sempre e non in maniera univoca: ad esem­pio, non sono affatto in calo le vocazioni alla vita contem­plativa. È vero che la presenza sul territorio, attraverso le parrocchie e in altre forme, diventa meno capillare. Non è vero invece che questa presenza sia rimasta costante per secoli: ha sempre conosciuto alti e bassi. Le difficoltà de­gli ultimi decenni hanno radici profonde e vanno prese sul serio, ma sarebbe azzardato considerarle irreversibili.

Rispetto a questo scenario la Chiesa è stata comunque presa in contropiede, o almeno così sembra. Cosa le ha impedito di capi­re, ancora negli anni Sessanta, la portata della secolarizzazione, Hannibal ad portas?

Parliamo dunque della secolarizzazione, un fenomeno molto studiato, almeno dalla metà del Novecento. A lungo ne è stata data un’interpretazione incentrata su due tesi: la secolarizzazione, intesa come progressivo distacco dalla religione dei vari ambiti della vita concreta, è un fenome­no irreversibile, che ha la sua matrice profonda proprio nel cristianesimo e che porterà a una purificazione della fede cristiana. Così hanno ritenuto teologi importanti, sia pro­testanti come il tedesco Friedrich Gogarten e l’americano Harvey Cox, sia cattolici come Johann Baptist Metz, pre­ceduti dalle celebri riflessioni di Dietrich Bonhoeffer sul futuro del cristianesimo in un’epoca completamente non religiosa.4 Negli anni Sessanta e Settanta questa interpreta­zione ha avuto un’influenza notevole anche sulla pastora­le della Chiesa, sebbene già allora non mancassero le voci che denunciavano la secolarizzazione come una forma di scristianizzazione. Su un versante decisamente laico, il fi­losofo tedesco Hans Blumenberg ha contestato radicalmen­te il concetto stesso e l’origine cristiana della secolarizza­zione, sostenendo invece che alla radice della modernità sta l’autolegittimazione dell’uomo, nata anzitutto come ri­fiuto dell’assolutismo teologico.

A partire dagli anni Ottanta lo scenario è cambiato: sono diventati sempre più forti, anche se spesso ambigui, i se­gnali di un risveglio religioso e parallelamente è stata ri­messa in discussione la tesi della secolarizzazione come destino ineluttabile della nostra epoca. Giovanni Paolo II è stato, in questo, un vero precursore: egli non ha mai cre­duto in un simile destino. Al contrario, era convinto che l’ondata di piena della secolarizzazione fosse ormai alle nostre spalle e che fosse venuto il tempo non di adeguare la proposta cristiana alla secolarizzazione, bensì di intra­prendere una nuova evangelizzazione.

Guardando più da vicino il contesto europeo nascono effettiva­mente degli interrogativi. Ad esempio, quando parliamo di se­colarizzazione non c’è il rischio di scambiare per perdita della fede in Dio semplicemente il rifiuto dell’intermediazione di una Chiesa istituzionale? Uno dei padri della sociologia moderna, Peter Berger, ha manifestato anche di recente il suo scetticismo per un approccio «quantitativo» proprio in riferimento allo stu­dio del fenomeno religioso. Come dire: la fede non è qualcosa di rilevabile con le nude statistiche e i sondaggi.

Sono molto d’accordo con Berger: quando si tratta della fede, fenomeno profondo non riducibile alla pratica reli­giosa o ad altri aspetti empiricamente rilevabili, non bastano certo le statistiche e i sondaggi. Anzi, nemmeno guardan­do dentro a noi stessi è facile stabilire se, personalmente, siamo davvero credenti, o invece in realtà non credenti. E vero, inoltre, che il rifiuto, o più spesso — almeno in Italia —un silenzioso distacco dalla mediazione della Chiesa, non comporta necessariamente la perdita della fede in Dio. In molti casi non è così e le due questioni non vanno confu­se: perciò, se vogliamo inquadrare correttamente il proble­ma, non dobbiamo lasciarci troppo condizionare dalle tan­te domande che riguardano la Chiesa.

Allora quanto di ciò che chiamiamo secolarizzazione è l’affer­marsi di una visione materialistica, di un umanesimo radicale, e quanto è invece un rifiuto di quella presenza visibile e «soli­da» di Dio che è la Chiesa?

Allargherei il discorso, rifacendomi soprattutto a uno stu­dio molto approfondito, l’ampio volume di Charles Taylor L’età secolare. Per Taylor non c’è un rapporto lineare e automatico tra avanzata della modernità e perdita o diminu­zione della fede in Dio nel mondo occidentale. Ciò può essere vero per alcuni paesi, come quelli del Nordeuropa, ma non per tutti: non è vero, ad esempio, per gli Stati Uniti d’America. Certo, una netta distinzione tra la religione e le altre dimensioni dell’esistenza — politiche, economiche, scientifiche, artistiche, ricreative… — è ormai una caratte­ristica comune delle nostre società democratiche e questa distinzione rende meno facile e spontaneo il riferimento a Dio, ma non lo impedisce e non lo esclude.
Vediamo dunque cosa è davvero cambiato, per la gen­te comune e non solo per le élites culturali. 

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